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Il periodo glaciale che denominiamo oggi Wisconsin-Wurm durò da 110 fino a 10 millenni prima di Cristo. In tutto il mondo, il livello dei mari era più basso di quello attuale poiché immani quantità d’acqua erano intrappolate nella calotta polare artica, che copriva gran parte dell’Europa e dell’Asia settentrionale e buona parte dell’America settentrionale. Alcune stime indicano che il livello dei mari era più basso rispetto all’attuale di 150-200 metri.
Tutto ciò favoriva gli scambi marittimi tra il Mediterraneo e le altri parti abitate del mondo, come il Medio ed Estremo Oriente, e il Sud America. Durante l’ultimo periodo antidiluviano (da 30 a 10 millenni prima di Cristo), i centri di conoscenza del mondo antico erano sostanzialmente quattro: mediterraneo (piattaforma sicula), indiano (Khambat), orientale (Yonaguni), e sudamericano (Tiwanaku, Sacsayhuáman e Marcahuasi).
Già a partire dagli anni 50’ del XX secolo vari ricercatori indipendenti, interessati allo studio della vera Storia dell’uomo s’incontrarono e giunsero a conclusioni convergenti, che sostanzialmente avvallavano la tesi di una grande civiltà antidiluviana megalitica che si era estesa in tutto il pianeta.
Nel 1957 il sensitivo statunitense d’origine serba G.H.Williamson s’incontrò con il ricercatore peruviano Daniel Ruzo (grande studioso di Marcahuasi). Nell’anno successivo G.H.Williamson conobbe l’archeologo italiano Costantino Cattoi (ricercatore delle antiche culture pelasgiche e tirreniche). Nel 1962 il religioso milanese Carlo Crespi iniziò a catalogare e studiare un gran numero di reperti antidiluviani che furono trovati da alcuni indigeni Suhar nella Cueva de los Tayos, nell’Amazzonia ecuadoriana. Nel 1978 il ricercatore italo-brasiliano Gabriele D’annunzio Baraldi, sostenitore della tesi che popoli medio-orientali avessero colonizzato parzialmente il Brasile in epoche post-diluviane, conobbe Carlo Crespi a Cuenca (Equador) e poté osservare i reperti trovati nella Cueva de los Tayos. L’analisi dei geroglifici trovati, comparati con alcuni petroglifi del Brasile (uno di essi è la Pedra do Ingá) e con alcuni oggetti trovati in seguito nei pressi di Tiwanaku (Fuente Magna e Monolito di Pokotia), hanno portato vari ricercatori, incluso il sottoscritto, a considerare che la lingua parlata durante l’ultimo periodo antidiluviano fosse il nostratico (idioma studiato dall’eminente cattedratico Luigi Luca Cavalli Sforza).
Il centro di conoscenza primigenio del Mediterraneo fu la cosiddetta “piattaforma sicula”. Prima dell’immane catastrofe conosciuta come “diluvio universale”, la piattaforma sicula comprendeva l’attuale Sicilia (che era unita alla Calabria) e la parte di terra ora sommersa che si protendeva verso sud, ossia verso l’attuale Libia e Tunisia. Ad occidente di tale piattaforma vi era il Mediterraneo occidentale con l’isola di Sardegna-Corsica unite. Ad oriente di tale grand’estensione di terra vi era il Mediterraneo orientale.
Al centro della cosiddetta “piattaforma sicula” vi erano varie città antidiluviane nei luoghi che oggi corrispondono alle isole di Malta e Gozo.
Oggi in queste isole sono osservabili circa 30 grandi costruzioni megalitiche che risalgono al periodo antidiluviano.
L’archeologia tradizionale ha datato questi siti come risalenti al IV millennio prima di Cristo, ma bisogna ricordare che l’archeologia, a differenza di quello che molti pensano, non è una scienza esatta, e le costruzioni megalitiche non possono essere datate con metodi scientifici. Spesso per stabilire la data di costruzione di un monumento megalitico si procede alla datazione con il metodo del carbonio 14 di ceramica o altri resti organici trovati nelle sue fondamenta, ma tale metodo risulta essere fuorviante poiché spesso gli antichi (post-diluviani), utilizzavano dei siti costruiti in epoche antiduviane per scopi cerimoniali e legati alla spiritualità.
L’analisi delle isole odierne di Malta e Gozo, fa risaltare come le condizioni per l’agricoltura in epoca post-diluviana non erano certo delle più favorevoli. L’archeologia tradizionale non riesce quindi a spiegare come in due isolette ventose, con poche fonti d’acqua e una scarsa agricoltura possa essersi sviluppata una civiltà grandiosa capace di costruire opere megalitiche impressionanti, come quelle di Gigantija, Tarxien, Mnadjra, Hal Safieni, Hagrat e Hagar Kim (nelle foto).
Alcuni studiosi hanno proposto la teoria delle “isole sacre”, ovvero luoghi (Malta e Gozo), considerati sacri da altri popoli che decisero di costruirvi grandiosi templi dedicati al culto della fertilità, ma a mio parere questa teoria non è credibile.
Solo considerando la geografia antidiluviana della cosiddetta “piattaforma sicula”, una vasta terra di circa 50.000 chilometri quadrati protesa verso gli attuali Stati di Libia e Tunisia, si può considerare che i popoli che ivi vivevano giunsero ad un grado tale di sviluppo (per mezzo dell’agricoltura), che permise loro di specializzarsi nella costruzione dei templi megalitici che oggi noi apprezziamo attoniti.
L’edificio più impressionante è il tempio di Gigantija, ubicato nell’isola di Gozo. Ha una forma interna tricilindrica ed è lungo circa trenta metri. Sembra che in seguito alla prima fondazione sia stata aggiunta una seconda struttura ovale rivolta verso nord. I lastroni di pietra che compongono la costruzione sono colossali (fino a 5 metri di lunghezza) e nessuno è mai riuscito a spiegare come siano stati sollevati uno sull’altro, senza l’aiuto di carrucole o pali di ferro da utilizzare come leve.
Un altro edificio gigantesco è il tempio di Hagar Kim (isola di Malta), nel quale vi sono lastroni d’andesite del peso di circa 30 tonnellate. Si pensa che Hagar Kim fu destinato al culto dei morti e ai riti propiziatori e sacrificali di sacerdoti esoterici e utilizzato come mausoleo nel periodo post-diluviano.
Il tempio più grande dell’isola è Hal Tarxien esteso per circa un ettaro. All’interno di questa struttura vi sono dei bassorilievi d’animali che erano sottoposti a sacrificio durante cerimonie propiziatorie: ovini, caprini, suini e bovini. Vi sono inoltre varie litosculture rappresentanti spirali, che raffiguravano l’occhio sempre presente della Dea Madre, il cui culto era comune a molti popoli del Paleolitico. Le aree interne del tempio erano riservate ai riti segreti condotti dai sommi sacerdoti. E’ inoltre possibile che la la sezione orientale del tempio, scevra da installazioni utilizzate per il culto, sia stata adibita a palazzo centrale del potere spirituale, anche considerando che il vicino edificio di Hal Safieni era utilizzato come un mausoleo e vi erano sepolti i resti dei re.
Nel tempio di Hal Tarxien sono state trovate varie statue che misurano fino a 50 centimetri oltre alla parte bassa di una statua di donna che doveva misurare ben 2,5 metri d’altezza. Queste statue rivelano un chiaro influsso dell’arte minoica e pertanto dimostrano che il sito di Tarxien fu frequentato in epoche post-diluviane da popoli che consideravano sacri e magici gli interi complessi megalitici, costruiti dai loro lontanissimi antenati.
Se in futuro si potrà studiare a fondo l’area di mare che circonda l’attuale isola di Malta, come ad esempio è stato fatto a Khambat, probabilmente si potranno aggiungere altri importanti tasselli allo studio della vera Storia dell’uomo.
YURI LEVERATTO
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